Taranto, 3 dicembre 2020

Cinquantesimo della consacrazione della
Concattedrale di Taranto

le parole di mons. Arcivescovo

Sono trascorsi 50 anni da quando è stato consegnato alla città di Taranto un vero e proprio monumento dell’architettura e dell’arte sacra del Novecento: la Concattedrale Gran Madre di Dio progettata dal celebre architetto milanese Giò Ponti. Il 6 dicembre 1970 venivano aperte le porte della chiesa per tutta la cittadinanza e per l’intero popolo di Dio della nostra Arcidiocesi. Fu infatti in quel giorno che venne inaugurata la costruzione della nuova Cattedrale, alla presenza di tutte le autorità civili e militari della città e con un grande concerto del Coro della Cappella Sistina di Roma. Il giorno successivo, l’Arcivescovo Mons. Guglielmo Motolese, committente dell’opera, celebrò la Liturgia di consacrazione della chiesa e l’8 dicembre, nella solennità dell’Immacolata Concezione di Maria, si celebrò la prima messa con la presenza dei sacerdoti dell’intera diocesi. Si impiegarono giustamente tre giorni per celebrare degnamente la nascita di un edificio che, oltre ad essere una grande opera architettonica, è soprattutto un punto di riferimento per la vita liturgica ed ecclesiale diocesana.

L’antica e veneranda Basilica Cattedrale di San Cataldo risultava angusta rispetto al numero crescente della popolazione, pertanto si avvertì già negli anni ’60 l’esigenza di una chiesa cattedrale più grande e più confacente anche alle nuove esigenze liturgiche dettate dalla riforma del Concilio Vaticano II. Nel discorso inaugurale tenuto da mons. Motolese ci sono delle parole che riassumono magistralmente il valore spirituale della nuova committenza e aiutano anche a rendere chiaro lo spirito che ha guidato Ponti nella progettazione:

“[…] la cattedrale è la casa di tutti, per il raccoglimento, la preghiera, la istruzione e la santificazione di tutti. È il Tempio dove risuonerà la Parola di Dio, la stessa di ieri, oggi e sempre, e dove tutti, senza distinzione alcuna, sono tutti ugualmente liberi di entrare sia per partecipare alla Mensa del Signore, sia per collaborare con i Sacerdoti e con gli altri fratelli alla costruzione del regno di Dio. […] L’insigne architetto Gio Ponti […], non ha voluto erigere un monumento formale che soddisfacesse la sua ambizione di artista […]. Di conseguenza, Giò Ponti ha concepito la nuova Cattedrale di Taranto – con sacra modernità e compostezza – non come una fortezza, ma come un vascello, echeggiante la biblica arca, la cui vela è una architettonica preghiera che si alza verso il Cielo. […] L’architettura che ha ispirato la nuova Cattedrale di Taranto obbedisce ad un impulso verticale, spinge cioè i nostri occhi verso l’alto, verso il Padre che è nei cieli, e ci sollecita alla preghiera”.

Ciò che subito colpisce l’osservatore, infatti,  è la simbolica “vela” della facciata che si riflette nell’acqua delle tre vasche collocate nel piazzale antistante, le quali rappresentano il mare. La vela sostituisce la tradizionale cupola ed è costituita da un doppio muro traforato che dietro ha solo il vuoto e le cui aperture o finestre sono state realizzate, come spiegava lo stesso Ponti, “perchè gli angeli vi potessero sostare”. Anche all’ interno della chiesa ci sono forti richiami simbolici, come le due colonne ai lati del presbiterio che reggono due àncore, chiara allusione alla fede e alla tradizione marinara di Taranto. L’altare maggiore è di pietra bianca, in richiamo a Cristo pietra angolare. Il pavimento è verde e la scelta di questo colore è dettata dalla volontà di evocare i fondali marini e il verde della macchia mediterranea, ma anche il significato liturgico del verde come portatore di speranza. Dietro l’altare, dipinti dallo stesso artista, l’Angelo dell’Annunciazione e la Madonna. Alla sinistra di chi entra è stata ricavata una cappella dedicata ai caduti della Marina Militare, di cui Taranto è importante base. L’architetto diceva di aver studiato il tempio in modo che il grande sole di Puglia trionfasse all’interno, dando una illuminazione gioiosa e al contempo inducesse i fedeli ad avvertire nella luce un segno della presenza di Dio che riempie la solitudine e il buio dell’uomo.

Tutti questi valori simbolici degli elementi architettonici ed artistici confermano visivamente quanto spiegava mons. Motolese nelle parole sopra citate: la Concattedrale ancora oggi come 50 anni fa, è segno sicuro della presenza di Dio tra gli uomini, un padre che accompagna i suoi figli nella loro navigazione tra le vicende della storia.

A noi è dato di saper cogliere questo segno, questa presenza! A noi che abbiamo ereditato questo patrimonio di arte e di fede è data la responsabilità di doverlo e saperlo custodire e valorizzare, anche per mantenere fede al grande senso spirituale dell’architetto Giò Ponti, il quale descrive così la Concattedrale: “E se veniamo a parlare di quest’opera, potremo dire che è stata un lungo intimo pensiero sempre più dominante, quasi autonomo, da obbedire, o esaudire. E perché no?, è stata una lunga preghiera e se questa preghiera è trasferita nei suoi muri, allora sarà la preghiera nella voce silente dell’architettura e sarà una preghiera di tutti: continuerà, e la cattedrale esaudirà il voto che essa è chiamata ad assolvere e sarà la preghiera di una Città”.

La commissione della Concattedrale fu una intuizione che, dopo mezzo secolo, in un momento in cui l’ambiente di Taranto è devastato dall’inquinamento e in un periodo segnato da grande precarietà, ci permette di riscoprire la bellezza come un grande veicolo di comunicazione con Dio e tra di noi.