ENCICLICA TARANTINA – Conclusioni

È stato detto più volte che rileggere i discorsi del Santo a Taranto ha destato sorpresa, meraviglia, perché riscoperti attuali. L’aggettivo più appropriato sarebbe “profetici”.
Non è stato un generico osservatore. Non ha parlato per grandi schemi o per i cosiddetti principi validi, largamente condivisibili, ha parlato a noi di noi, e ci ha parlato nella verità, una verità che abbiamo scoperto, bisogna dirlo, con lentezza, forse a cose avvenute. Oggi le parole del papa non solo si sono realizzate, non solo si sono circostanziate in modo anche drammatico, ma rimangono scottanti, perché si stagliano, probabilmente impietose, sull’orizzonte di un severo esame di coscienza. Sì perché venticinque anni sono tanti, troppi per comprendere.
Idealmente mi sento di percorrere le tappe di Giovanni Paolo II, e mi chiedo, senza retorica, che ne è dell’Arsenale, che ne è dell’Italsider? Che ne è del porto? Che ne è di quella società civile che si è affacciata al balcone del Carmine insieme al papa? Che ne è degli appelli di Martina? Che ne è del nostro mare, della nostra pesca? Che ne è della Cittadella della Carità? Che ne è della Città Vecchia? Che ne è anche di quel luogo dello stadio Iacovone, simbolo del calcio nostrano, nel quale si sono celebrati gli eventi finali di quei giorni indimenticabili?
Non vogliamo trasformare queste celebrazioni gioiose in un mesto scoraggiamento.
Lasciamoci sorprendere dalla profezia di Giovanni Paolo II che ci ha incontrati ed ha saputo dirci parole così vere.
Ho riannodato dietro queste considerazioni un principio fondamentale della nostra fede: che chi guarda a Cristo ha sempre lo sguardo in avanti. Lo sguardo del papa è quello del timoniere della Chiesa, condotta dal suo Signore. Quando la Chiesa risponde al desiderio del Maestro che ha pregato per noi, figli suoi di tutti i tempi, perché tutti potessimo essere uno, affinché potessimo essere consacrati nella verità (cfr. Gv 17) della sua Parola, allora essa mette un piede nel futuro, allora anche noi possiamo cambiare il mondo perché intuiamo, amiamo alla luce di Cristo “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono”. Perché queste“sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (Gaudium et Spes 1).
Giovanni Paolo II ha saputo leggere Taranto, una diocesi particolare del nostro Meridione d’Italia, perché pastore della Chiesa Universale, successore di Pietro che ha avuto a cuore la vita dei suoi figli. Noi dobbiamo guardare al Papa, a Gesù Cristo, perché il nostro sguardo sia vero su di noi. 
Non è per fare una dotta citazione che ricordo un motto meraviglioso di sant’Ambrogio, ma perché si dilati il nostro cuore di cattolici: ubi Petrus, ibi Ecclesia (dove è Pietro, ivi è la Chiesa – Expositio in Ps., XL, § 30). Dove c’è il papa veniamo confermati nell’essere una sola famiglia che professa il Cristo risorto.  La Chiesa è bella quando respira della sua cattolicità e della sua unità. Chi ha partecipato ai grandi raduni giovanili delle Giornate Mondiali della Gioventù, ha sentito pulsare un cuor solo e un’anima sola! Sono convinto che Taranto 25 anni fa abbia respirato quell’atmosfera, abbia sentito la gioia di appartenere, di non essere sola, soprattutto di non essere orfana. Credo che tutti allora abbiano rivendicato con onore la propria cittadinanza tarantina. Il papa venne per noi tarantini! Cosa voglio dire? Se nel 2014 ci ritroviamo in svantaggio rispetto alle aspettative di Wojtyla, non è perché è mancato un magistero, non è perché sono mancate le intelligenze. Anzi! È perché è mancata l’unità, la comunione, il sentire comune. Non siamo diventati adulti, siamo rimasti capricciosi e disgregati.
Per questo vorrei che dalle parole del papa non nascesse in noi appena un vago senso di colpa, che poi diamo sempre agli altri, ma un fermo proposito di rimboccarci le maniche e di lavorare per il bene di tutti, a cominciare dai più poveri. Noi Tarantini non siamo spacciati, (vorrei ribadirlo ad alta voce in ogni angolo di questa terra, specialmente quelli più degradati), siamo fortemente feriti, ma non siamo agonizzanti! Noi tarantini siamo divisi, noi tarantini abbiamo un’appartenenza epidermica o nostalgica. La celebrazione dei 25 anni della visita di San Giovanni Paolo II ci spinge a camminare insieme, a convertirci nella denuncia e nell’annuncio della speranza. E nella vita ecclesiale ci spinge, secondo le parole di papa Francesco ad una “conversione pastorale e missionaria”.
Quando ho riletto, con una certa avidità, tutti i discorsi di Giovanni Paolo II, quelli che in maniera illuminata,il cardinale De Giorgi, volle ribattezzare e raggruppare sotto il titolo di Enciclica Tarantina, ho sentito riecheggiare il manifesto del papa ormai santo, e cioè la sua prima enciclica, la Redemptor Hominis, dove egli traccia con coraggio un umanesimo che raggiunge la sua massima statura solo con Cristo.   Nel marzo del 1979 Wojtyla consegna alla Chiesa quel documento caposaldo del suo magistero. Vi si legge:
L immenso progresso, non mai prima conosciuto, che si è verificato, particolarmente nel corso del nostro secolo, nel campo del dominio sul mondo da parte dell uomo, non rivela forse esso stesso, e per di più in grado mai prima raggiunto, quella multiforme sottomissione «alla caducità»? Basta solo qui ricordare certi fenomeni, quali la minaccia di inquinamento dell ambiente naturale nei luoghi di rapida industrializzazione, oppure i conflitti armati che scoppiano e si ripetono continuamente, oppure le prospettive di autodistruzione mediante l uso delle armi atomiche, all idrogeno, al neutrone e simili, la mancanza di rispetto per la vita dei non nati. Il mondo della nuova epoca, il mondo dei voli cosmici, il mondo delle conquiste scientifiche e tecniche, non mai prima raggiunte, non è nello stesso tempo il mondo che «geme e soffre»ed «attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio»(RH n.8)
Non è però l’analisi delle catastrofi, delle sventure, l’oggetto del magistero petrino, bensì la pertinenza dell’annuncio del Vangelo. Dobbiamo continuare ad annunciare. Dobbiamo portare Cristo. Dobbiamo incarnare Cristo.
Il compito fondamentale della Chiesa – continua la Redemptor Hominis (n. 10) – di tutte le epoche e, in modo particolare, della nostra, è di dirigere lo sguardo dell uomo, di indirizzare la coscienza e l esperienza di tutta l umanità verso il mistero di Cristo, di aiutare tutti gli uomini ad avere familiarità con la profondità della Redenzione, che avviene in Cristo Gesù. Contemporaneamente, si tocca anche la più profonda sfera dell uomo, la sfera – intendiamo – dei cuori umani, delle coscienze umane e delle vicende umane.
Poi, con mirabile efficacia, il papa, nel medesimo documento ribadisce la necessità di essere in comunione. Che tutti siano uno.
Occorre, quindi, che noi tutti – quanti siamo seguaci di Cristo – ci incontriamo e ci uniamo intorno a Lui stesso. Questa unione, nei diversi settori della vita, della tradizione, delle strutture e discipline delle singole Chiese o Comunità ecclesiali, non può attuarsi senza un valido lavoro, che tenda alla reciproca conoscenza ed alla rimozione degli ostacoli sulla strada di una perfetta unità. Tuttavia, possiamo e dobbiamo già fin d ora raggiungere e manifestare al mondo la nostra unità: nell annunciare il mistero di Cristo, nel rivelare la dimensione divina e insieme umana della Redenzione, nel lottare con instancabile perseveranza per la dignità che ogni uomo ha raggiunto e può raggiungere continuamente in Cristo. (RH n. 11)
Giovanni Paolo II ha parlato da operaio che ha conosciuto la guerra e la persecuzione, ha studiato di nascosto, è stato ordinato prete clandestinamente, eppure non si è lasciato vincere dalla durezza della sua vita, non si è rassegnato alla bruttezza, alle circostanze, alla violenza, non si è rassegnato alla storia. Quel papa che nell’omelia dell’inizio del suo pontificato ha implorato il mondo di permettere a Cristo di parlare al cuore degli uomini, ha ascoltato per primo, ha aperto la porta per primo.
In questa circostanza sento un bisogno di esprimere gratitudine a Dio per la Chiesa di Taranto, se le sfide sono ancora tutte aperte, non vuol dire che siano perse. Prendiamo coraggio! Non vuol dire che tutte le possibilità sociali siano scomparse, anzi sono sempre più vive. Non vuol dire che la nostra chiesa non sia cresciuta, che non si sia seminato, che non si sia raccolto.
Nella concattedrale ai sacerdoti e ai religiosi così si rivolse Giovanni Paolo II:
“Ecco, allora, miei cari, che cosa dà motivo di gioia al Papa: la vostra cooperazione nella diffusione del Vangelo, specialmente attraverso la pastorale vocazionale e giovanile.
La preoccupazione di evangelizzare i giovani sta come alla base di tutte le iniziative ecclesiali. Voi dovete portare la gioia e la speranza della fede nel cuore e nell’intelligenza delle generazioni giovanili. Voi lavorate per la Chiesa tutta, per il suo futuro”.

Come quindi non ringraziare per il fiorire delle vocazioni in questi anni?
Il papa incontrò una comunità bella, e lo è ancora. Si rivolse ai giovani chiedendo di essere generosi.  Le nostre parrocchie sono vive.
Anche alle nostre tradizioni il Santo Padre ha dedicato un passaggio:
Poiché la pietà popolare è sempre un veicolo corale che suscita attenzione verso l’annuncio della fede, voi non mancherete di arricchirla di contenuti biblici, liturgici e sociali, servendovi di elementi significativi delle tradizioni e della sensibilità del vostro popolo. Forse occorrerà purificarla da alcuni residui storici non del tutto in sintonia con la fede. Ma certamente bisognerà considerarla come una occasione privilegiata del servizio di formazione dei fedeli laici, che ogni diocesi deve ritenere prioritario.
Quanta strada si è fatta in tal senso, e credo che un ringraziamento sia pienamente dovuto a Sua Eminenza il  Cardinale De Giorgi che in quei giorni ha accompagnato dovunque il Papa Santo e questi giorni ci onora e ci benedice con la sua presenza. Sia dovuto a quanti in quei giorni hanno lavorato senza tregua nelle componeneti ecclesiastiche e civili per la buona riuscita dell’evento. Un ringraziamento è dovuto anche a chi per primo ha ereditato le consegne di Wojtyla, cioè a monsignor Benigno Luigi Papa, che tanto si è adoperato per realizzare una diocesi di adulti nella fede.
Perché questa commemorazione sia fruttuosa, è importante quindi comprendere il valore dell’unità in primo luogo, ma anche quello di guardare avanti. In una sinergia tra le istituzioni e tutte le forze vive della Città, in particolare i nostri giovani.
Nella Sacra Scrittura chi prende il largo, chi esce, chi parte, chi si fida della promessa del Signore, ha una sorte sicuramente migliore, e oltremodo feconda di chi si volge indietro. Siamo, come dice Papa Francesco una “Chiesa in uscita”. Guardiamo avanti, appassionandoci alla nostra Città e alla nostra Arcidiocesi. Allora ripartiamo da quei luoghi che ho citato all’inizio, dai quali il Papa Santo è passato, da quelle parole pronunciate con coraggio e con vigore in ogni ambito. E’ ancora tempo di seguire  e di compiere quanto ci ha detto.
Mi hanno raccontato che la mattina del 29 ottobre non trovarono il papa nel suo appartamento, alloggiava nelle stanze di monsignor Bernardi di venerata memoria. Era sul piccolo balcone, con le spalle contro il muro, affacciato su quella zona che chiamiamo la ringhiera, rapito dalla vista del nostro mare. La trovo un’immagine fortemente evocativa e pacificante. Gli occhi di San Giovanni Paolo II, il Grande, il gigante che ha traghettato la Chiesa nel nuovo millennio, che posa lo sguardo sulle nostre acque.
Ancora adesso, Giovanni Paolo, ci spinge nel nome del Signore a prendere il largo, non verso acque stagnanti, ma verso acque più profonde. che paradossalmente per noi sono più sicure perché conosciute e praticate. Ci spinge innanzi, il papa ci chiede di essere coraggiosi. Un santo non può chiederci che diventare santi!
Siamo infinitamente grati anche a Papa Francesco per il messaggio che ci ha mandato e, speriamo con tutto il cuore, che venga a visitarci.

+ Filippo Santoro
Arcivescovo Metropolita di Taranto