L’Arcivescovo e la sua Taranto: intervista a S.E.Mons.Filippo Santoro

L’arcivescovo Filippo Santoro è persona cordiale e affabile, simpatica e dai modi gentili. Lo abbiamo conosciuto un po’ tutti in questi quasi tre mesi dal suo arrivo a Taranto e abbiamo visto che l’innata timidezza non nasconde la forza del carattere e l’energia di una fede che lo fa vescovo missionario. Dal Brasile a Taranto. Anche questo territorio ‘ come del resto tutto l’occidente ex cristiano ‘ è in attesa di una nuova credibile presenza cattolica, umanamente attraente. Una presenza che, perciò,  non sia ritualità ridotta a folklore e, soprattutto, non sia omiletica delle banalità arricchita di etica comune.
E’ proprio questo uno degli argomenti centrali della lunga conversazione che abbiamo avuto con mons. Santoro. Un dialogo, più che un’intervista, su Taranto, la Chiesa, la cultura, la sua vita, il suo giudizio sulla umanità d’oggi.
Dalle sue risposte ognuno può cogliere la profondità umana e intellettuale di un vescovo che, nel suo modo di ragionare, unisce in forma naturale fede e ragione, essere uomo ed essere prete, essere autorità istituzionale e uomo vicino al sentire e alle domande di tutti.
Parlando con lui la conversazione scivola naturalmente verso problematiche di grande respiro, che l’arcivescovo Santoro approfondisce con linguaggio sapienziale semplice e chiaro, ma che non trascura nulla delle complicazioni evocate.
Dunque, un uomo di cultura e di fede in senso profondo e integrale. Un vescovo la cui statura supera il solo ambito locale e abbraccia l’universalità cattolica della Chiesa e  che per una realtà come Taranto rappresenta una opportunità di enorme rilevanza. Nessuna comunità umana  può crescere se non ha la capacità e l’intelligenza di coinvolgersi in un avvenimento in grado di aprirla all’autenticità di se stessa. L’arcivescovo Filippo Santoro è certamente un  avvenimento rilevante per Taranto. Va seguito!


 ‘ Eccellenza, si trova bene a Taranto?
Fin dal 5 gennaio scorso, giorno della mio ingresso in Diocesi, mi sono subito reso conto del calore e dell’accoglienza verso la mia persona. E da quel giorno in poi tutte le realtà del territorio hanno fatto a gara per conoscermi e manifestarmi affetto e fiducia. Sento forte il peso della responsabilità che mi è stata affidata dal Papa Benedetto XVI,  nel guidare questa diocesi millenaria e ricchissima di fede, ma al contempo il calore della gente e dei miei sacerdoti mi lasciano vivere serenamente il mio impegno.


 ‘ Cosa le è piaciuto di più e cosa di meno in questi primi tre mesi di permanenza nella diocesi ionica?
L’entusiasmo è travolgente. Proveniendo da una lunga esperienza in America Latina, posso dire di non ho avuto nessun problema di adattamento nelle relazioni con le persone.
Ho trovato una comunità matura e disponibile della quale un pastore non può non gioire.
Altro aspetto per il quale rimango impressionato molto positivamente  è il desiderio di riscatto sociale, culturale ed umano, che trapela da ogni incontro e da ogni stretta di mano. Questo desiderio di riconquista della propria terra, delle proprie radici, insieme alla necessità di vivere meglio e voler dare un futuro ai propri figli, se incanalato e dovutamente sviluppato a più livelli, dalla coscienza collettiva alle scelte politiche, può costituire un grande propulsore.
Ciò che mi piace meno, ma è una sensazione personale assolutamente non generalizzabile, è la cultura del lamento, che deve essere sgominata. Il fatalismo ed il pessimismo sul futuro non servono a nulla.

 

 –  Questo territorio soffre, più di altri, di problemi sociali, ambientali, economici. Ma soprattutto c’è un problema culturale generale, indice di un profondo decadimento su un piano piuttosto ampio. E’ un male che sembra corrodere dall’interno il tessuto umano in termini di perdita di memoria, di identità, di spessore intellettuale. Sembrerebbe di vedere una forma di nichilismo sociale più accentuato che altrove. Forse è la grande industria che, almeno in parte, ha prodotto desertificazione umana; allo sradicamento dell’antico tessuto sociale e antropologico, provocato dall’industrializzazione piovuta dall’alto, si è accompagnato un vuoto della cultura e delle istituzioni della cultura, facendo di questo territorio un’area di alto degrado tanto ambientale che umano. Lei che idea si è fatta in questi pochi mesi?
Con questa domanda lei mi porta a ripensare ai punti nevralgici della nostra città. Questo primo periodo come guida alla Chiesa di Taranto, è caratterizzato dall’ascolto di tutti i problemi che hanno una complessità che in un’intervista può essere solo enunciata per titoli.
I problemi di impoverimento culturale, l’annichilimento di cui lei parla (il Papa sintetizza in maniera efficace l’attuale situazione sotto il comune denominatore di relativismo esteso a tutti i livelli), sono piaghe del nostro tempo e del nostro Occidente; non farei pesare sulle spalle della città in maniera esclusiva tutti i flagelli del mondo. L’idea che mi sono fatta è illuminata dal magistero dei vescovi italiani e dagli orientamenti della Cei che ho trovato tornando in Italia e che attualmente sono oggetto del mio studio. L’emergenza che dobbiamo affrontare è quella nel campo educativo. Tornare ad ‘educare alla vita buona del Vangelo’. Quando per vita non si intende, ovviamente, soltanto la sfera religiosa di ogni individuo, ma tutti gli ambiti in cui l’uomo si trova a vivere dalla scuola al lavoro, dalla festa al tempo libero. L’investimento deve essere lì, a partire dalla scuola e dalle esperienze di formazione giovanile.
Per quanto concerne la grande industria con tutti i problemi ad essa connessi, da un lato desidero mettere in chiaro il mio ruolo che è quello di presiedere la Chiesa nella carità. Il compito di un vescovo non attiene alla politica ad esempio. Però non abdicherò di certo alla mia missione di parlare alle coscienze mettendo al primo posto la dignità della persona umana sia nella difesa dell’ ambiente, sia nella difesa del posto di lavoro che, come ho detto nella omelia dell’ inizio del mio ministero, sono inscindibili e conciliabili. Lo Spirito, l’ intelligenza e la buona volontà, che pone in primo piano la difesa della vita, ce ne devono suggerire il cammino.

 

 ‘ Cosa può fare la Chiesa locale per la rinascita umana di questo territorio? Francamente a me sembra che spesso molti cattolici e ambiti ecclesiali ed ecclesiastici hanno accompagnato la mentalità comune più che correggerla, educarla o contestarla.
La Chiesa può far molto. Quando attraverso i grandi quartieri delle nostre periferie, mi accorgo che le parrocchie sono gli unici centri di aggregazione in queste foreste di cemento e di asfalto.
Nel messaggio  della Quaresima, ho spronato apertamente le comunità ad intraprendere vie coraggiose di solidarietà. D’altro canto, dal mio osservatorio, faccio fatica a dare un giudizio sintetico ed esaustivo sui ‘cattolici’, sotto il cui nome trovano ospitalità tanti luoghi comuni. La Chiesa, anche quella particolare, è così ricca, variegata, complessa, diversa al suo interno nella varietà dei doni e dei carismi, che inevitabilmente ha in sé delle falle ma anche delle fondamenta granitiche, delle convinzioni profonde. Si può sempre migliorare, ma questo fa parte delle cose ovvie’  I media, per impostazione, non traducono mai a sufficienza il bene che avviene nelle nostre chiese perché le cose negative sono sempre più rumorose ma certamente meno identificative della realtà ecclesiale. Nella mia  visita alle vicarie, come nei primi incontri con le parrocchie ho trovato tante realtà vive e interessanti. E’ chiaro che mio compito sarà aiutare il nostro popolo a far diventare la fede criterio per la vita quotidiana e luce per la presenza nella società.

 

 ‘ Ben oltre la realtà locale, mi sembra che l’antica seduzione della modernità sia ancora (e forse sarà sempre) la difficoltà più grande della Chiesa a comunicare all’uomo un giudizio diverso da quello dell’ovvietà e della banalità comune. Condivide?
La Chiesa è fatta da uomini ed è guidata dallo Spirito del Risorto. La banalità della vita rimante tale ed è una fossa finché  non accade un incontro significativo, un imprevisto. Quando: il Mistero si rivela e ci raggiunge con la presenza del Verbo fatto carne, che continua nella Chiesa, si apre un orizzonte nuovo. Questo salva l’ istante, redime la banalità e fa nascere  la profezia. La Chiesa si riconosce e si conferma nella comunione e nel magistero del Papa, oggi Benedetto XVI. Non si può certo dire che il suo insegnamento sia conformista, riconducibile alla cosiddetta mentalità del secolo o che insegua le mode del pensiero. Inseguire le mode prescindendo dalle proprie radici, rivela un pensiero debole e quello dell’attuale papa, e quindi della Chiesa non lo è affatto: apre le vie al futuro perché  è al contempo radicato ed attuale.


 ‘ Io credo che la seduzione del modernismo si manifesti, nella Chiesa, nel campo dell’etica. Questa è l’epoca del trionfo dell’irreligione e dell’etica. Che non è l’etica della paideia cristiana, ma l’etica mondana dei valori comuni, di volta in volta modulati secondo le esigenze della società dei consumi e della mentalità dominante. E’ un’etica che spesso si manifesta in modo feroce, più contro l’uomo che non per l’uomo. Che diventa soffocante moralismo che uccide la vita e la speranza. Che diventa strumento del potere per esaltare o distruggere. Chi ci salva dall’etica del potere?
Cristo. Chi ci deve salvare se non l’incontro con Lui? Gesù è una persona viva ed operante nella Chiesa e nel mondo. L’incontro è fatto di dialogo, di progettualità, di ascolto reciproco, di amicizia e di amore. Su questo piano parliamo di un’etica incarnata che non diventa ideologia che invece uccide lo Spirito. Cristo rimane comunque lo stesso, ieri, oggi e sempre, non è un criterio che fluttua secondo i capricci contingenti dell’uomo. In quanto a quella che lei chiama etica del potere, vi è un capovolgimento, inequivocabilmente evangelico, che è quello dell’etica del servizio.


 ‘ Prima di Kant è stato un monaco cristiano del IV secolo, Pelagio, a dire che l’etica, da sola, è sufficiente a salvare l’uomo. Questo pensiero, da allora, ha accompagnato  il cammino delle società cristiane. All’origine vi è il rifiuto della nozione teologica del peccato originale: l’uomo, secondo questa visione, è per sua natura buono, ha solo bisogno di un’etica che lo mantenga in purezza. Quanto realismo c’è in questo ottimismo antropologico pelagiano?
Le eresie nascono sempre da un eccesso di zelo! Si sa che Dio creando l’uomo lo reputa ‘cosa molto buona’. Ma fra i doni più grandi Dio possa fare all’uomo, dove si gioca anche la partita dell’etica, vi è la libertà, la libertà di amare o di rifiutare lo stesso amore di Dio. Per questo, nell’economia dell’incontro di Dio con l’uomo appare un processo nuovo, simile a quello di un padre che ha pietà dei suoi figli lontani per aver gestito male la loro libertà. Quindi si fa ancora più chiaro il dinamismo della grazia, dell’ amore di Dio che crea gratuitamente e per offrire il suo abbraccio in modo definitivo si fa uomo: nostro Dio e , allo stesso tempo, uno di noi. La grazia è questo incontro che riprende la logica della creazione e sostiene la nostra libertà. Il pelagianismo antico e nuovo è un moralismo che ignora il centro della cristianesimo, cioè Gesù o lo riduce semplicemente ad un buon esempio. Senza Cristo l’ uomo continua solo e si perde il meglio della vita che è la compagnia di un amore immenso che ci permette di raggiungere il nostro destino.

 

 ‘ Il Papa ha detto, recentemente, che la nostra società offre risposte a domande che l’uomo non si pone. La domanda è la modalità più grande per l’uomo di essere uomo. La risposta a una domanda che non c’è significa che l’industria culturale organizza la vita dell’uomo nella sua  totalità. Una totalità totalitaria. Significa dire a ognuno cosa deve fare e cosa deve pensare. L’uomo senza domanda è l’uomo nichilista contemporaneo, totalmente dipendente dalle risposte del pensiero dominante. Mi sembra una questione cruciale, per questo le chiedo quale sia il suo pensiero.
Il cuore dell’ uomo desidera l’ infinito, desidera la giustizia e la verità. Molti oggi dicono che queste sono tutte chiacchiere; non valgono nulla. Questo è il nihilismo. Quello che conta è il potere, il piacere immediato ed il mercato. Ma il cuore in tutti i tempi desidera di più. Soprattutto i giovani non  si accontentano delle cupidige che ci rendono schiavi del denaro e del potere di questo mondo. E’ giusto avere una vita degna anche nei suoi aspetti materiali, ma la dittatura del mercato rivela l’ impotenza dell’ uomo, soprattutto in tempi di crisi. La nostra liberazione è possibile all’interno di un respiro più grande, in un rapporto che ci apre all’ infinito. La speranza della vita eterna. ‘le cose di lassù’  ispirano le ‘cose di quaggiù’. L’uomo ripiegato solo su stesso reputando questa vita come l’unica opportunità da accaparrarsi non gode di essa, la consuma, la morde. E quando non possiede, muore. Gesù è l’ eterno che entra nel tempo ci insegna a guardare in noi, alle difficoltà e al  mondo con occhi diversi, scoprendo giorno per giorno l’amore di Dio che ci crea persone nuove. ‘Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 28E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano’. (Mt 6, 26-28). Nella mia esperienza posso aggiungere un  raggio di luce: in tutta la mia vita di prete e di vescovo non ho mai incontrato qualcuno al quale sia stato annunciato con gioia seria la parola di Gesù che sia rimasto indifferente alla buona novella. Finché c’è Gesù c’è speranza.


 ‘ In che modo Cristo può tornare ad avere interesse per l’uomo d’oggi?
Dio ha tanto amato il mondo da darci suo figlio. E’ una realtà immutabile così com’è immutabile la sua fedeltà. Dio non può abbandonare l’uomo. Perché l’uomo ha il volto del suo figlio prediletto e ogni figlio ha la firma di Dio. Nel mio messaggio per la quaresima di quest’ anno ho scritto: ‘ Venendo dal mare, come san Cataldo, ho volutamente, più volte, ricordato che il nostro obiettivo è rendere possibile l’incontro con Cristo come una esperienza attraente, viva e interessante, come accadeva con le persone che incontravano Gesù. ‘ E continuavo ‘Aprite il cuore a Gesù Cristo morto e risorto, che ci viene incontro attraverso persone concrete nella comunione della Chiesa, ed offrite, soprattutto ai più poveri l’abbraccio della nostra solidarietà’.


‘ Lei ha iniziato la conoscenza della realtà locale iniziando dagli ammalati, dal carcere e dagli studenti. Cosa ha comunicato loro? Quali sono i soggetti umani con i quali intende mantenere un dialogo privilegiato?
I miei incontri non sono frutto di un’improvvisazione, desideravo proprio manifestare le mie priorità nel ministero volendo parlare a queste categorie. Poi come vescovo e servo di questa Chiesa gli ultimi avranno sempre la voce del loro pastore. E con gli ultimi i giovani, che sono portatori di domande vere  e che, se non sono ascoltate, possono offrirci notevoli sorprese, e non solo i quelle che sono le emergenze più immediate nella società tarantina che sono il lavoro e l’ ambiente. Nei giovani è più evidente il non accontentarsi della mediocrità e di risposte prefabbricate. Il cuore giovane cerca la giustizia, la solidarietà, un amore grande e l’ infinito.

 ‘ Qual è l’esperienza umana ed ecclesiale più importante che ha acquisito in Brasile che lei stima utile oggi come arcivescovo di Taranto?
Sicuramente l’esperienza dell’alluvione dell’anno scorso a Petropolis. Una calamità che ha messo in ginocchio tanta gente. Mi sono speso perché le attenzioni degli uomini di potere non si spegnessero insieme ai riflettori della cronaca, come spesso accade dopo queste catastrofi. All’iniziale solidarietà sulla spinta della compassione poteva finire nel dimenticatoio il lungo e faticoso processo di ricostruzione. Insieme con la mia diocesi abbiamo fatto di tutto che ciò non avvenisse.L’ esperienza strettamente ecclesiale più importante è stato il Piano Pastorale de Congiunto che ha dato unità a tutte le attività di parrocchie , gruppi ecclesiali, movimenti e nuove comunità in un cammino unitario di comunione sostenuto dalla passione per l’ annuncio di Cristo e per la presenza nella società, condividendo le necessità degli uomini, particolarmente i più poveri e i giovani. Comunque sia le esperienze che porto nel mio cuore sono tante, non perdo occasione per raccontare quanto ho ricevuto in America Latina, dove vive una Chiesa giovane ed entusiasta.


 ‘ Perché ha accettato di andare in missione in Sud America?
Ero giovane prete e professore di teologia e filosofia. Giovanni Paolo II chiese a don Giussani se alcuni dei sacerdoti della fraternità di Comunione e Liberazione volessero  essere disponibili per la missione nel mondo e ci disse nel settembre dell’ ’84: ‘Andate in tutto il mondo a portare la verità, la bellezza e la pace, che si incontrano in Cristo Redentore’. In quello stesso periodo il Cardinale Sales, Arcivescovo di Rio de Janeiro chiese a Don Giussani un sacerdote per   per insegnare in Università Cattolica e per lavorare con i giovani universitari. Don Giussani mi fece una domanda diretta: ‘don Filippo ‘ mi disse ‘ andresti volentieri in Brasile?’. Quel ‘volentieri’ mosse in me le corde di una risposta che non fosse solo legata all’ubbidienza ma anche come fiducia e consapevolezza che quell’ invito era per il mio bene in un servizio libero alla Chiesa. Inizialmente mi sembrò di andare verso l’ignoto. Negli anni della maturità che mi vedono arcivescovo a Taranto, riconosco nettamente la voce del Maestro che mi disse ‘Filippo prendi il largo, vai al largo’.. Quando si dice di sì al Signore è sempre per il nostro bene. Ho detto di sì a Giussani, ho detto di sì a Giovanni Paolo II che mi consacrò vescovo, ho detto di sì a Benedetto XVI che mi ha chiamato a Taranto. 


‘ Quali sono stati i maestri della sua vita?
Tanti, in primis, i miei genitori, la mia mamma  e il mio papà che mi hanno trasmesso una fede semplice ma esigente, seria e che hanno rispettato il dono della mia vocazione. Ricordo ancora la  meraviglia della mia mamma quando le comunicai che andavo in Brasile in missione. Visto che in quel tempo incontravo varie comunità in Europa mi disse: ma non puoi andare in Germania o in Francia, perché devi andare in Brasile? Le ho risposto che lei mi aveva insegnato ad obbedire alla Chiesa, che ora mi chiedeva di andare in Brasile. Poi mi ha chiesto. ‘ Ma tu sei felice di andare così lontano?’ Quando ho risposto di sì mi ha detto: ‘Allora , figlio mio, vai pure; sii felice e il Signore ti benedica!’ Grandezza del cuore delle mamme. E’ stata anche significativa la presenza del mio papà nel correggermi e nel sostenermi negli anni della mia formazione. E’ venuto a Roma con molta soddisfazione quando ho fatto il dottorato in Teologia.
Ho poi incontrato tanti preti santi ai quali mi ispiro a i quali ringrazio.
Il punto di svolta nella mia vita è stato l’incontro con don Luigi Giussani. Ero già incamminato verso il sacerdozio, l’esperienza con questo grande prete del nostro tempo, fondatore di Comunione e Liberazione, mi ha donato uno sguardo nuovo su tutto, mi dato entusiasmo e amore per la chiesa. Era una assoluta novità anche rispetto ai grandi professori di Teologia che avevo nella Università Gregoriana di Roma. Lui, col suo carisma, mi indicava il metodo. Nell’ amicizia e nel dialogo con lui era possibile vivere i grandi contenuti del cristianesimo. Cristo si faceva mio contemporaneo e rispondeva al mio cuore di giovane uomo come ha risposto a Giovanni, Pietro e Andrea. Nell’omelia della mia presa di possesso in concattedrale non ho mancato di dire che  ‘Anche senza avere incarichi strutturali nel movimento, il carisma di don Giussani è parte del mio rapporto con la realtà, perché mi insegna la passione per Cristo e per la felicità vera delle persone in ogni angolo della terra’. 

 

 ‘ Chi sono, oggi, i buoni maestri?
Coloro che aiutano i giovani a camminare con le loro gambe verso l’incontro con la verità. Coloro che sono ponti verso l’assoluto e la bellezza e non legano le persone a sé. Un nome per tutti è Benedetto XVI. Tra i vescovi latino-americani che ne sono vari; sono desideroso di fare incontri veramente significativi tra i vescovi italiani.


 ‘ E’ contento dell’apertura del processo canonico per la beatificazione di mons. Giussani?
Mi sono nutrito alla parola, allo spirito, allo sguardo e al cuore di quest’uomo, il pensiero che la Chiesa possa riconoscere in lui le virtù che lo porteranno ad essere invocato come santo, non può che riempirmi il cuore di gioia e di gratitudine. Quando parlava di Gesù il testo del vangelo diventava fatto presente, più attuale del quotidiano del giorno; ci inondava.  Duemila anni erano bruciati ed eravamo lì con Pietro, con Giovanni, con il paralitico, con Zaccheo, con la vedova di Naim. Ma la stessa passione c’ era nel parlarci del Signore mentre dividevamo un panino con la mortadella. O quando, mangiando un risotto,il cuore si allargava nel desiderio di abbracciare il dramma del Vietnam , della Cambogia, delle favelas o delle periferie di Naroibi.

 

‘ Come è possibile, oggi, incontrare Cristo? Con la lettura della Bibbia e del giornale, come dice il protestante Karl Barth; o nell’esperienza vivente della comunità cristiana, come dice il cattolico Hanry De Lubac? Del resto vostra eccellenza, quando era ancora giovane prete, ha pubblicato uno studio dal significativo titolo ‘La comunità condizione della fede’.
Bibbia e giornale diventano un fatto vivo in un incontro che ti capita per strada come è capitato lungo il mare di Galilea. A me è successo nelle aule della Cattolica di Milano e poi è continuato sulle rive dell’ Adriatico quando ero a Bari, poi sul Atlantico, chi lo direbbe mai, presso le onde di Copacabana, poi a Petropolis ed ora succede ogni mattina quando dalla mia casa, vicino alle reliquie di San Cataldo, vedo il mar grande di Taranto. E’ la stessa attesa che mi fa domandare: Maestro dove abiti? E Lui che continua a rispondermi: Vieni e vedi! L’ ho visto tante volte e continuo a desiderarlo.
Dallawww.wwOCristo si incontra dove c’è l’uomo. In ogni angolo dove c’è un’ umanità assetata è possibile l’incontro con Gesù. E quando due più si riuniscono nel suo nome ecco! Lui dimora in mezzo al loro ed avviene il miracolo della Chiesa, che è il miracolo del mondo che cambia. Non c’è ambito umano che non possa essere reso sempre più umano in questo abbraccio che non è indifferente alle nostre attuali difficoltà; che non rifugge dalla nostra miseria, anzi l’ abbraccia. Per sempre.