Meditazione al clero dell’Arcidiocesi (I parte)

1. Introduzione: la nuova evangelizzazione e il suo contesto

Saluto Mons. Alessandro Greco, nostro Vicario Generale, e tutti voi, Sacerdoti della nostra Arcidiocesi. Reduce dal Sinodo, ho ritenuto opportuno predicare personalmente il Ritiro di questo mese sia per condividere con voi la ricchezza di questo incontro importante per la Chiesa universale sia per metterci al passo, come Chiesa particolare, con le indicazioni emerse dal Sinodo e dalle parole dal Santo Padre. Dopo la meditazione comunitaria e la riflessione personale, celebreremo l’Eucaristia per gli Arcivescovi e Confratelli Sacerdoti defunti della nostra arcidiocesi, e particolarmente per quelli deceduti nel corso di quest’anno: sarà un momento importante di memoria, gratitudine e di intercessione.

Abbiamo iniziato il ritiro con l’Ora Media, il cui Inno ci ha fatto invocare la presenza e l’opera dello Spirito Santo. Il primo giorno del Sinodo, il Santo Padre Benedetto XVI ha dato inizio all’Assise con una splendida meditazione ‘ dettata a braccio ‘ esattamente sullo stesso Inno. In modo particolare si soffermò sulla seconda strofa, la cui traduzione italiana («voce e mente si accordino nel ritmo della lode») in realtà impoverisce il testo latino originario: «Os, lingua, mens, sensus, vigor, confessionem personent. Flammescat igne caritas, accendat ardor proximos». La bocca, la lingua, i sensi, le forze si raccolgano in un’unica confessione di fede. Nella seconda parte della strofa, poi, si fa riferimento al fuoco della carità (igne caritas). Gli elementi fondamentali sono la proclamazione, l’annuncio della fede e l’ardore della carità.

Il messaggio del Sinodo si inserisce in tutto il cammino della Chiesa sulla nuova evangelizzazione. Già nel 1983 in un discorso al CELAM ad Haiti, il Beato Giovanni Paolo II aveva lanciato il tema della nuova evangelizzazione, che poi è ritornato a più riprese nei documenti del Magistero e così fortemente in quello di Benedetto XVI.

Nell’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, tenutasi a nel maggio scorso a Roma, il Papa tenne un memorabile discorso, il 24 maggio, nel quale offriva una chiara fotografia della situazione in cui viviamo affermando: ‘Anche una terra feconda rischia così di diventare deserto inospitale e il buon seme di venire soffocato, calpestato e perduto’.

Ricorderete che, nel settembre scorso, proprio a partire dal discorso di Papa Benedetto XVI ai Vescovi Italiani, ho tenuto una relazione alla Diocesi, nel Convegno pastorale diocesano, che oggi vi è stata consegnata come Orientamenti pastorali per l’anno 2012-2013. Terre cristianamente feconde come la nostra, con grandi manifestazioni di fede visibili a tutti; – terre che non vivono l’esperienza della fede come in diaspora, ma in un contesto che accoglie e cura le tradizioni religiose-, potrebbero ritrovarsi ad essere un deserto inospitale.

Nell’omelia dell’ 11 ottobre, in occasione dei 50 anni dell’ inizio del Concilio Vaticano II e dell’ indizione dell’ Anno della Fede, il Papa è ritornato su questo tema affermando che : ‘In questi decenni è avanzata una «desertificazione» spirituale’ della nostra società, nella quale ad un avanzamento tecnologico sembra corrispondere un impoverimento dell’esperienza umana. Egli ne parlava non in termini di accusa nei confronti della società, quanto piuttosto mettendo in luce la difficoltà, la sofferenza di chi vive in questa situazione di deserto. Sulla desertificazione della nostra società ha insistito più volte il Sinodo e, del resto, il tema era stato focalizzato già dalla relazione introduttiva del Cardinale Wuerl di Washington (Relatio ante disceptationem, 8 ottobre 2012).


2. Dio parla anche nel deserto: la precedenza di Dio

Di fronte a questa situazione il Papa ed il Sinodo hanno dato una risposta chiara: anche in questo deserto Dio parla ancora. Alla luce di tutto ciò, vorrei articolare la mia riflessione in due punti:
1) l’agire di Dio e
2) la risposta dell’uomo.

Anzitutto riflettiamo sull’agire di Dio, che prende l’iniziativa, che continua a parlarci, a venirci incontro e solo dopo possiamo riflettere sulla nostra risposta, che ‘ negli interventi del Sinodo ‘ ha assunto sempre di più le caratteristiche della conversione. Si è insistito molto su questo aspetto ed anche noi ne faremo oggetto di specifica riflessione.

Si tratta di due punti importanti nella situazione che ciascuno di noi vive. Noi potremmo avere una tentazione e cioè quella di ritenere che sia nostro dovere curare le cose che riguardano la fede e di dover invece tralasciare le cose che riguardano la società. Invece, l’annuncio di Gesù è l’annuncio di chi cura la fede, ma per trasformare la società e prendersi cura della situazione storica concreta nella vive.

Nel caso della nostra Città, le difficoltà sono legate alla crisi economica, alla crisi occupazionale e alla situazione dell’ILVA, che sembra prospettarci o la chiusura della fabbrica o la minaccia della salute. Per noi il punto di giudizio sta nel fatto che la nostra conversione riguarda non solo l’interiorità della nostra vita, ma anche la proposta che possiamo fare alla società. L’agire di Dio non è solo per convertirci e per aiutarci nella vita spirituale; occorre riappropriarsi della certezza che l’annuncio del Signore trasforma la nostra vita e ci dà la forza di cambiare la storia e le condizioni della società, o per lo meno per avere anche in questa situazione un atteggiamento evangelico capace di offrire speranza pur nelle situazioni drammatiche che si possono prospettare. Non possiamo pensare: ‘curiamo la fede e per il resto si salvi chi può’. La nostra fede ci chiama ad una continua conversione e questo è il nostro atteggiamento nelle difficoltà economiche e sociali che dobbiamo vivere: una cosa non è separata dalla’altra. La nostra conversione porta speranza alla nostra vita e ci porta a dare speranza a tutte le persone.

Nel Sinodo varie volte è tornata un’affermazione chiara: per far rifiorire il deserto della fede non basta ‘ anzi non serve ‘ adattare strategie e riformulare piani pastorali, ma ci vuole una ‘svolta’ per cui non è sufficiente fare ora un po’ più di questo ora un po’ più di quest’altro, ma è necessario qualcosa di più.

Nel commento all’Inno di Ora Terza, prima richiamato, il Papa diceva che c’è una grande sofferenza dell’uomo che può essere riassunta in alcune domande fondamentali: «dietro il silenzio dell’universo, dietro le nuvole della storia c’è un Dio o non c’è? E, se c’è questo Dio, ci conosce, ha a che fare con noi? Questo Dio è buono, e la realtà del bene ha potere nel mondo o no?».«Questa domanda ‘ fatta a braccio, mentre era evidente che il Papa parlava ex abundantia cordis ‘ oggi è così attuale come lo era in quel tempo. Tanta gente si domanda: Dio è una ipotesi o no? E’ una realtà o no? Perché non si fa sentire? «Vangelo» vuol dire: Dio ha rotto il suo silenzio, Dio ha parlato, Dio c’è. Questo fatto come tale è salvezza: Dio ci conosce, Dio ci ama, è entrato nella storia».Prima di ripetere queste cose agli altri, oggi dobbiamo sentirle rivolte a noi: Dio è entrato nella mia storia? Dio si è fatto conoscere da me? Dio mi ha raggiunto attraverso tante circostanze, fatti, eventi? Qui il problema centrale non è se Dio abbia parlato in generale, ma se abbia parlato a me, se abbia raggiunto me. Mi ha toccato attraverso le circostanze ed i fatti, con cui mi ama e mi raggiunge? Si tratta di un appello personale del Dio con noi, che si mostra a me, che mi conosce e mi parla.

Il Papa, poi, continua: «Gesù è la sua Parola, il Dio con noi, il Dio che ci mostra che ci ama, che soffre con noi fino alla morte e risorge. Questo è il Vangelo stesso. Dio ha parlato, non è più il grande sconosciuto, ma ha mostrato se stesso e questa è la salvezza». Qui non si tratta, quindi, di aggiustare le strategie pastorali, ma di metterci personalmente in ascolto di ciò che Dio oggi vuole dire a ciascuno di noi. Dio ci provoca! Una delle esperienze più intense del Sinodo è stata quella di poter ascoltare straordinarie esperienze di fede e di grazia provenienti dai Vescovi di tutto il mondo. Lì si percepiva il cuore cattolico della Chiesa, manifestato dalle differenti testimonianze dei luoghi più disparati che convergevano tutte verso un’unica realtà: Dio sta parlando, Dio sta intervenendo!

Sono risuonate le testimonianze dei Vescovi dei paesi di tradizione islamica, che ci hanno ricordato come Dio parli attraverso il martirio ed il dono totale della vita. Anche dai Paesi di tradizione comunista ci è stato ricordato come prima tutto fosse proibito ed ogni manifestazione pubblica della fede era ostacolata. Ciò nonostante proprio dal sangue dei martiri è rifiorita le fede in quelle Chiese. Pur nel silenzio, nell’opposizione, nella persecuzione, Dio continua a parlare.

Un’altra testimonianza commovente è stata quella del rappresentante della Conferenza Episcopale in cui sono radunati tutti i Paesi nordici, in cui il processo di secolarizzazione ha raggiunte il massimo livello. Egli ha detto che si notano i segnali di una significativa ripresa: persino nella secolarizzazione e laicizzazione esasperate, Dio continua a parlare, ad agire, ad intervenire.

Altri cardinali e Vescovi ci hanno fornito le cifre dei nuovi battezzati ogni anno, ovvero persone che scelgono di diventare cristiane, che non vengono battezzate per tradizione familiare: in Cina sono registrati ogni anno 3000 nuovi battesimi ad Hong Kong e 2000 a Macao. Dalla Cambogia, dalla Corea e dalle Filippine sono risuonate testimonianze di una fede florida, che nasce, si sviluppa e coinvolge, contagia, pur in situazioni drammatiche per i cristiani. E poi è stato anche testimoniato il grande impeto missionario delle Chiese dell’ America Latina.Io mi sono sentito provocato fortemente da queste testimonianze che ci mostrano come Dio continui ad agire, ad operare, a parlarci in ogni contesto ed in ogni situazione.

Lo spirito del Sinodo ed il suo tono è stato proprio questo: stare di fronte all’azione di Dio, che parla! Il Papa lo ha detto nella meditazione sull’Inno dell’Ora Media: «Di per sé il fatto che abbia parlato è la salvezza, è la redenzione. Ma come può saperlo l’uomo? Questo punto mi sembra che sia un interrogativo, ma anche una domanda, un mandato per noi: possiamo trovare risposta meditando l’Inno dell’Ora Terza «Nunc, Sancte, nobis Spìritus».

È lo Spirito Santo che ci dà risposta!

Quanto fin qui detto, potrebbe essere sintetizzato sotto la formula: «la precedenza di Dio». Dio ha assunto l’iniziativa di parlare, di mostrarsi, di venirci incontro, ma ‘ ribadisco ‘ non appena per la nostra vita spirituale, ma per la vita stessa, cioè per la vita nella società. Questa è la sfida e la novità che il Signore ci offre.

Recentemente il Vescovo di Rieti mi ha invitato ad una tavola rotonda con i sindacati, che mi chiedevano di dare una testimonianza sulla situazione di Taranto e su come stiamo vivendo il tutto. Anche loro stanno sofreddo il problema della discoccupazione ed una fabbrica aveva licenziato 180 persone. Le letture e le soluzioni che venivano offerte erano tutte orizzontali: una nuova classe dirigente che sappia fare sistema, una nuova politica industriale, una nuova politica ambientale. Ognuno diceva che il problema principale era uno degli aspetti della questione, a seconda delle prospettive e sensibilità di chi interveniva. Si trattava di suggerimenti validi, ma pur sempre parziali ‘ come chi affermava che ci doveva salvare la politica-; e, comunque, tutti escludevano la fede. Una prospettiva di fede sui problemi della società magari non ci offre soluzioni e ricette pratiche, ma sprona la nostra umanità, ci mette in sintonia per re-incontrare questo mondo. La salvezza viene dalla fede, ma, a partire dalla fede abbiamo la responsabilità di tradurre la fede in opere di solidarietà, di giustizia e di carità;non possiamo essere spettatori.

Il primato della fede non va scavalcato. In genere la tendenza, dinanzi alle situazioni e ai problemi, è quella di rispondere alla domanda: «cosa possiamo fare?». Occorre fermarsi; prima di tutta bisogna accogliere l’azione di Dio, ci dice il Papa: «Noi non possiamo fare la Chiesa, possiamo solo far conoscere quanto ha fatto Lui. La Chiesa non comincia con il ‘fare’ nostro, ma con il ‘fare’ e il ‘parlare’ di Dio. Così gli Apostoli non hanno detto, dopo alcune assemblee: adesso vogliamo creare una Chiesa, e con la forma di una costituente avrebbero elaborato una costituzione. No, hanno pregato e in preghiera hanno aspettato, perché sapevano che solo Dio stesso può creare la sua Chiesa, che Dio è il primo agente: se Dio non agisce, le nostre cose sono solo le nostre e sono insufficienti; solo Dio può testimoniare che è Lui che parla e ha parlato».

Questo agire di Dio viene prima di ogni altra cosa, ma non come presupposto per il nostro operare. Dio che parla, interviene, agisce deve essere il presupposto, il fondamento, la forma ed il punto di partenza di tutto.


segue II Parte