Meditazione al clero dell’Arcidiocesi (II parte)

3. La risposta della Chiesa: cooperare all’agire di Dio

Sempre il Papa, nella già citata meditazione, dice:
«Pentecoste è la condizione della nascita della Chiesa: solo perché Dio prima ha agito, gli Apostoli possono agire con Lui e con la sua presenza e far presente quanto fa Lui. Dio ha parlato e questo «ha parlato» è il perfetto della fede, ma è sempre anche un presente: il perfetto di Dio non è solo un passato, perché è un passato vero che porta sempre in sé il presente e il futuro. Dio ha parlato vuol dire: «parla». E come in quel tempo solo con l’iniziativa di Dio poteva nascere la Chiesa, poteva essere conosciuto il Vangelo, il fatto che Dio ha parlato e parla, così anche oggi solo Dio può cominciare, noi possiamo solo cooperare, ma l’inizio deve venire da Dio.  [‘]Solo il precedere di Dio rende possibile il camminare nostro, il cooperare nostro, che è sempre un cooperare, non una nostra pura decisione. Perciò è importante sempre sapere che la prima parola, l’iniziativa vera, l’attività vera viene da Dio e solo inserendoci in questa iniziativa divina, solo implorando questa iniziativa divina, possiamo anche noi divenire – con Lui e in Lui – evangelizzatori».

Il protagonista è il Signore, noi siamo al massimo co-protagonisti, giacché agiamo con Lui. «D’altra parte ‘ continua il Santo Padre ‘ questo Dio, che è sempre l’inizio, vuole anche il coinvolgimento nostro, vuole coinvolgere la nostra attività, così che le attività sono teandriche, per così dire, fatte da Dio, ma con il coinvolgimento nostro e implicando il nostro essere, tutta la nostra attività». L’azione di Dio coinvolge tutto il nostro essere, tutta la nostra attività: non si tratta di una parità di compiti o di un protagonismo nostro, tuttavia dobbiamo rispondere appieno e con tutto noi stessi. È ‘ questa ‘ la forma mariana della nostra risposta: Maria risponde all’annuncio, con la sua libertà, ma accoglie un annuncio che le viene fatto. Possiamo dire che Dio è ‘prot-agonista’ e la Chiesa è ‘co-agonista’, nel senso che agisce con il suo ‘sì’ all’iniziativa di Dio.

La risposta all’azione di Dio da parte della Chiesa, soprattutto in Europa, si colloca in un contesto fortemente secolarizzato, in cui la multireligiosità come fatto pretenderebbe di uguagliare tutte le religioni, come se fossero tutte uguali e tutte buone. In questa situazione, l’aspetto più drammatico è che il protagonista del nostro mondo diventa sempre più l’individuo isolato con le sue voglie, i suoi desideri. Senza un punto di riferimento oggettivo e non concependo la vita come relazione e rapporto al mistero, alla storia, alla realtà, la persona è tragicamente isolata.
L’azione della Chiesa nasce dall’agire di Dio, che è soprattutto relazione, rapporto, incontro e avvicinamento alle persone. Nell’assenza della relazione, l’ideologia dominante è quella del supermercato, che viene applicata anche all’ambito religioso: ognuno prende ciò che gli piace, ciò che gli sembra più conveniente o più appetibile. Noi cristiani non vendiamo prodotti, non facciamo operazioni di marketing, possiamo solo riproporre con fedeltà l’agire di Dio, ciò che Lui ha fatto e come Lui lo ha fatto. E ‘ lo sappiamo ‘ l’agire di Dio è sempre un agire relazionato: per questo la Chiesa ‘ a partire dalla relazione con Dio e dalla comunione ecclesiale – si mette in rapporto, entra in sintonia, in simpatia con il mondo.

Il Santo Padre ed il Sinodo hanno molto insistito che la risposta dell’uomo all’azione di Dio deve assumere fortemente i tratti di una conversione a più livelli:
a. la conversione personale;
b. la conversione comunitaria;
c. la conversione pastorale.

Molti interventi durante il Sinodo hanno insistito che, per attuare una vera conversione, è necessario riporre al centro dell’attenzione sia i cammini dell’iniziazione cristiana sia il sacramento della riconciliazione. Nel tessuto lacerato del nostro tempo il sacramento della riconciliazione è il segno della misericordia di Dio per gli uomini ed è una forza di riappacificazione e di riconciliazione tra gli uomini stessi. Per questo, in ogni diocesi e in ogni città dovrebbero esserci dei luoghi in cui in modo continuativo viene offerta la possibilità di celebrare il sacramento non in modo frettoloso.


4. La nuova evangelizzazione: azione di Dio e cooperazione della Chiesa

Per meglio comprendere cosa il Santo Padre intenda dire, quando parla di nuova evangelizzazione, è bene soffermare la nostra attenzione e meditazione sulla splendida omelia che Benedetto XVI ha tenuto durante la celebrazione Eucaristica del Sinodo, lo scorso 28 ottobre.

«Il miracolo della guarigione del cieco Bartimeo ha una posizione rilevante nella struttura del Vangelo di Marco. E’ collocato infatti alla fine della sezione che viene chiamata «viaggio a Gerusalemme», cioè l’ultimo pellegrinaggio di Gesù alla Città santa, per la Pasqua in cui Egli sa che lo attendono la passione, la morte e la risurrezione. Per salire a Gerusalemme dalla valle del Giordano, Gesù passa da Gerico, e l’incontro con Bartimeo avviene all’uscita dalla città, ‘mentre ‘ annota l’evangelista ‘ Gesù partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla’ (10,46)».

Quest’incontro all’uscita della città, mentre Gesù parte, ci ricorda quelle lunghe giornate di fatica pastorale e, mentre sembra che finalmente sia arrivato il momento di riposarci, ecco che qualcuno ci chiede di parlare o di essere confessato.

«Proprio lungo la strada stava seduto a mendicare Bartimeo, il cui nome significa ‘figlio di Timeo’, come dice lo stesso evangelista. Tutto il Vangelo di Marco è un itinerario di fede, che si sviluppa gradualmente alla scuola di Gesù. I discepoli sono i primi attori di questo percorso di scoperta, ma vi sono anche altri personaggi che occupano un ruolo importante, e Bartimeo è uno di questi. La sua è l’ultima guarigione prodigiosa che Gesù compie prima della sua passione, e non a caso è quella di un cieco, una persona cioè i cui occhi hanno perso la luce. Sappiamo anche da altri testi che la condizione di cecità ha un significato pregnante nei Vangeli. Rappresenta l’uomo che ha bisogno della luce di Dio, la luce della fede, per conoscere veramente la realtà e camminare nella via della vita. Essenziale è riconoscersi ciechi, bisognosi di questa luce, altrimenti si rimane ciechi per sempre (cfr Gv 9,39-41). Bartimeo, dunque, in quel punto strategico del racconto di Marco, è presentato come modello. Egli non è cieco dalla nascita, ma ha perso la vista: è l’uomo che ha perso la luce e ne è consapevole, ma non ha perso la speranza, sa cogliere la possibilità di incontro con Gesù e si affida a Lui per essere guarito. Infatti, quando sente che il Maestro passa sulla sua strada, grida: ‘Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!’ (Mc 10,47), e lo ripete con forza (v. 48). E quando Gesù lo chiama e gli chiede che cosa vuole da Lui, risponde: ‘Rabbunì, che io veda di nuovo!’ (v. 51). [‘] Nell’incontro con Cristo, vissuto con fede, Bartimeo riacquista la luce che aveva perduto, e con essa la pienezza della propria dignità: si rialza in piedi e riprende il cammino, che da quel momento ha una guida, Gesù, e una strada, la stessa che Gesù percorre. L’evangelista non ci dirà più nulla di Bartimeo, ma in lui ci presenta chi è il discepolo: colui che, con la luce della fede, segue Gesù ‘lungo la strada’ (v. 52)».

Il Papa richiama un’interpretazione offerta da Agostino, secondo la quale Bartimeo doveva essere una persona molto nota perché decaduta da una situazione di grande prosperità. Tale interpretazione, continua il testo dell’omelia,
«ci invita a riflettere sul fatto che ci sono ricchezze preziose per la nostra vita che possiamo perdere, e che non sono materiali. In questa prospettiva, Bartimeo potrebbe rappresentare quanti vivono in regioni di antica evangelizzazione, dove la luce della fede si è affievolita, e si sono allontanati da Dio, non lo ritengono più rilevante per la vita: persone che perciò hanno perso una grande ricchezza, sono ‘decadute’ da un’alta dignità, hanno perso l’orientamento sicuro e solido della vita e sono diventati, spesso inconsciamente, mendicanti del senso dell’esistenza. Sono le tante persone che hanno bisogno di una nuova evangelizzazione, cioè di un nuovo incontro con Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio (cfr Mc 1,1)».

Nuova evangelizzazione, pertanto, significa un nuovo incontro Gesù! Il Sinodo lo ha ripetuto in tutti i modi: il compito della Chiesa è rendere possibile un nuovo risuonare dell’annuncio del Vangelo, perché sia possibile un nuovo incontro con il Signore Gesù. Non si tratta di escogitare nuove cose, ma un nuovo risuonare dell’antico annuncio, dell’annuncio di sempre; un rendere attuale l’annuncio di Gesù adeguandolo alle domande dell’uomo contemporaneo; una risposta adeguata alle attese dell’uomo d’oggi, che sta come un mendicante ai bordi della strada, che talvolta sembra ‘ e talvolta è ‘ nemico della fede, ma che è e resta sempre in attesa ed è proprio a quest’uomo che noi siamo inviati. Il nuovo incontro con Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio (cfr Mc 1,1), apre nuovamente i loro occhi e insegna loro la strada.

Continua il Papa:
«È significativo che, mentre concludiamo l’Assemblea sinodale sulla Nuova Evangelizzazione, la Liturgia ci proponga il Vangelo di Bartimeo. Questa Parola di Dio ha qualcosa da dire in modo particolare a noi, che in questi giorni ci siamo confrontati sull’urgenza di annunciare nuovamente Cristo là dove la luce della fede si è indebolita, là dove il fuoco di Dio è come un fuoco di brace, che chiede di essere ravvivato, perché sia fiamma viva che dà luce e calore a tutta la casa».

Dalle parole di Benedetto XVI comprendiamo che la nostra conversione deve trovare nel nuovo incontro con Gesù e, di conseguenza, nel nuovo annuncio di Gesù il proprio punto di riferimento ed il proprio alimento.

Da questo punto in poi l’omelia si concentra sugli aspetti che devono interessare la nuova evangelizzazione. Essa «riguarda tutta la vita della Chiesa», ma si deve concentrare su tre ambiti specifici:
a) la pastorale ordinaria;
b) la missio ad gentes;
c) i battezzati che hanno abbandonato la pratica della vita di fede.


a) la pastorale ordinaria

«Deve essere maggiormente animata dal fuoco dello Spirito, per incendiare i cuori dei fedeli che regolarmente frequentano la Comunità e che si radunano nel giorno del Signore per nutrirsi della sua Parola e del Pane di vita eterna. Vorrei qui sottolineare tre linee pastorali emerse dal Sinodo. La prima riguarda i Sacramenti dell’iniziazione cristiana. È stata riaffermata l’esigenza di accompagnare con un’appropriata catechesi la preparazione al Battesimo, alla Cresima e all’Eucaristia. È stata pure ribadita l’importanza della Penitenza, sacramento della misericordia di Dio. Attraverso questo itinerario sacramentale passa la chiamata del Signore alla santità, rivolta a tutti i cristiani. Infatti, è stato più volte ripetuto che i veri protagonisti della nuova evangelizzazione sono i santi: essi parlano un linguaggio a tutti comprensibile con l’esempio della vita e con le opere della carità».

Al centro di queste parole del Papa sta l’esigenza di vivere in modo rinnovato le cose di sempre. Non possiamo celebrare una Messa, un Battesimo o qualsiasi altro evento sacramentale senza avvertire il fuoco dello Spirito che è presente ed agisce. Prima di inventare qualsiasi altra cosa, qualsiasi altra novità, dobbiamo tornare a vivere le cose quotidiane con uno spirito rinnovato. Utilizziamo bene le risorse e le occasioni che abbiamo: è certo che come pastori dobbiamo andare in cerca delle pecore smarrite, ma dobbiamo prima aver ben custodito il gregge nell’ovile. L’ardore dello Spirito deve tornare a riempire ogni evento sacramentale, ogni incontro, ogni occasione che nasce dal nostro ministero e dalla vita quotidiana delle nostre comunità. Questo è il motivo per cui ogni volta che vengo invitato ‘ anche alle attività più strane e apparentemente meno legate al mio ministero ‘ io, se posso, accolgo ogni invito, perché ogni momento e ogni incontro può essere occasione per dare un messaggio, per risvegliare la bellezza della presenza di Gesù che non ci lascia soli. Noi siamo ancora fortunati, perché tutte le associazioni, anche quelle non di ispirazione cristiana, continuano a chiedere la nostra presenza, la nostra parola, la nostra collaborazione. Ogni incontro con i club ‘ culturali, sportivi, professionali ‘ è un’occasione per illuminare la vita delle persone e della società con la presenza, l’incontro, l’abbraccio e la parola di Gesù.

 Il Papa richiama, in questo contesto, la centralità dell’iniziazione cristiana, della penitenza e della chiamata del Signore alla santità, giacché i veri protagonisti della nuova evangelizzazione sono i santi, in quanto il linguaggio della loro vita e della loro testimonianza cristiana è accessibile a tutti. In un altro contesto, il Papa ha inserito la pastorale familiare come parte della pastorale ordinaria che va valorizzata in modo nuovo.


b) La missio ad gentes

«In secondo luogo, la nuova evangelizzazione è essenzialmente connessa con la missione ad gentes. La Chiesa ha il compito di evangelizzare, di annunciare il Messaggio di salvezza agli uomini che tuttora non conoscono Gesù Cristo. Anche nel corso delle riflessioni sinodali è stato sottolineato che esistono tanti ambienti in Africa, in Asia e in Oceania i cui abitanti aspettano con viva attesa, talvolta senza esserne pienamente coscienti, il primo annuncio del Vangelo. Pertanto occorre pregare lo Spirito Santo affinché susciti nella Chiesa un rinnovato dinamismo missionario i cui protagonisti siano, in modo speciale, gli operatori pastorali e i fedeli laici. La globalizzazione ha causato un notevole spostamento di popolazioni; pertanto, il primo annuncio si impone anche nei Paesi di antica evangelizzazione. Tutti gli uomini hanno il diritto di conoscere Gesù Cristo e il suo Vangelo; e a ciò corrisponde il dovere dei cristiani, di tutti i cristiani ‘ sacerdoti, religiosi e laici ‘, di annunciare la Buona Notizia».

I punti da tenere presenti in questa sezione dell’omelia del Papa sono fondamentalmente i seguenti: la missione ad gentes riguarda primariamente i territori in cui non è stato ancora annunciato il vangelo, ma ‘ in forza del fenomeno della globalizzazione e dello spostamento massiccio delle popolazioni ‘ anche le terre di antiche evangelizzazione sono diventati territori bisognosi di primo annuncio, per questo è necessario invocare la grazia dello Spirito perché risvegli la coscienza missionaria di tutti i membri della Chiesa. Inoltre si richiama con forza quanto aveva detto il Concilio e cioè che anche i fedeli laici sono a pieno titolo inseriti nell’opera missionaria della Chiesa.


c) Le persone battezzate che non vivono le esigenze del battesimo

«Un terzo aspetto riguarda le persone battezzate che però non vivono le esigenze del Battesimo. Nel corso dei lavori sinodali è stato messo in luce che queste persone si trovano in tutti i continenti, specialmente nei Paesi più secolarizzati. La Chiesa ha un’attenzione particolare verso di loro, affinché incontrino nuovamente Gesù Cristo, riscoprano la gioia della fede e ritornino alla pratica religiosa nella comunità dei fedeli. Oltre ai metodi pastorali tradizionali, sempre validi, la Chiesa cerca di adoperare anche metodi nuovi, curando pure nuovi linguaggi, appropriati alle differenti culture del mondo, proponendo la verità di Cristo con un atteggiamento di dialogo e di amicizia che ha fondamento in Dio che è Amore. In varie parti del mondo, la Chiesa ha già intrapreso tale cammino di creatività pastorale, per avvicinare le persone allontanate o in ricerca del senso della vita, della felicità e, in definitiva, di Dio. Ricordiamo alcune importanti missioni cittadine, il «Cortile dei gentili», la missione continentale, e così via. Non c’è dubbio che il Signore, Buon Pastore, benedirà abbondantemente tali sforzi che provengono dallo zelo per la sua Persona e per il suo Vangelo».

Si tratta di battezzati non evangelizzati, di battezzati che hanno un ricordo culturale della fede cristiana, ovvero coloro che vivono la fede come una ‘religione civile, sociale’. Il nostro compito è quello di attrarli alla pienezza e alla gioia della fede. Il Santo Padre sottolinea la vita di fede come fonte di gioia capace di attrarre nuovamente questa categoria di persone all’incontro con Gesù. Perciò è necessario entrare ‘ come dice il Papa ‘ in un dialogo di amore, di amicizia. Anche se ci sono situazioni di errore, dobbiamo farci prossimi, giudicando il male e l’errore, ma rimanendo prossimi di tutti. Il dialogo di amicizia con tutti gli uomini non corrisponde alla propensione più o meno spiccata ad essere estroversi, ma corrisponde all’agire originario di Dio, che è amore. Non si tratta di disposizioni soggettive, ma di origine oggettiva che nasce dall’opera di Dio. La Chiesa deve sempre sentire la necessità di rendersi presente nelle concrete situazioni ‘ liete o tristi, drammatiche o positive ‘ degli uomini per aiutarli a trovare la strada e le risposte necessarie.


Conclusione

Alla fine del suo intervento, il Papa ricorda che, dopo la sua guarigione, Bartimeo comincia a seguire Gesù, unendosi «alla schiera dei discepoli, tra i quali sicuramente ve n’erano altri che, come lui, erano stati guariti dal Maestro. Così sono i nuovi evangelizzatori: persone che hanno fatto l’esperienza di essere risanati da Dio, mediante Gesù Cristo». Bartimeo segue Gesù con gli altri: è l’esperienza della comunione nella fede, della Chiesa come comunità, che ci rende partecipi della gioia di Gesù.

Questa gioia del cuore è la caratteristica dei nuovi evangelizzatori: il trasbordare della gioia per l’incontro con il Signore Gesù, facendo proprie le parole del salmista: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia». Bartimeo segue Gesù e lo fa con gli altri: è la dimensione comunitaria della Chiesa, della fede, della testimonianza. La gioia del cuore per aver incontrato Gesù e per averlo seguito è una gioia condivisa, è una gioia che crea comunione e comunità.

La gioia, che nasce dall’incontro con Gesù, porta Bartimeo a seguirlo. Così anche noi dobbiamo decidere per la vita. Nel seguire Gesù non possiamo essere approssimativi, più o meno impegnati, più o meno coinvolti. I nostri incontri di formazione spirituale e culturale vanno proprio in questa direzione: abbiamo bisogno di punti di riferimento, che ci alimentano e di cui dobbiamo approfittare. Nel recente corso di aggiornamento eravamo circa quaranta e nel precedente ventisette, ma noi siamo centosessanta: non possiamo pensare di fare il nostro aggiornamento da soli, perché non si tratta solo di approfondimento culturale, teologico e pastorale, ma di condividere una fraternità, di pensare assieme, di stare insieme nel momento della preghiera, dello studio, del convivio e dello scherzo. Si tratta di fare una fraternità sacerdotale vera, concreta, nei fatti non nelle parole.

Se il cammino della sequela è comune, allora ci rende partecipi della gioia comune. Come non esiste una ‘religione fai da te’, così non esiste neppure un ‘sacerdozio fai da te’. Bartimeo si è unito alla schiera degli altri che, come lui, erano stati guariti da Gesù: così hanno potuto condividere le proprie esperienze e arricchirsi reciprocamente. Durante il corso di aggiornamento un giovane religioso ha posto una bella domanda sul se e come i religiosi possono essere partecipi della vita della Chiesa diocesana. È semplice: anzitutto stateci, venite, perché questa è la condizione necessaria per essere partecipi. Se non stiamo assieme, è difficile riuscire a condividere, a donarsi, a rendersi partecipi delle proprie esperienze.


Infine il Papa conclude con une bellissima preghiera  di Clemente Alessandrino:

«Fino ad ora ho errato nella speranza di trovare Dio, ma poiché tu mi illumini, o Signore, trovo Dio per mezzo di te, e ricevo il Padre da te, divengo tuo coerede, poiché non ti sei vergognato di avermi per fratello. Cancelliamo, dunque, cancelliamo l’oblio della verità, l’ignoranza: e rimuovendo le tenebre che ci impediscono la vista come nebbia per gli occhi, contempliamo il vero Dio ‘; giacché una luce dal cielo brillò su di noi sepolti nelle tenebre e prigionieri dell’ombra di morte, [una luce] più pura del sole, più dolce della vita di quaggiù (Protrettico, 113,2 ‘ 114,1)».

Questo è il dono che il Signore ci fa attraverso la vita della Chiesa, attraverso il Sinodo e attraverso il quotidiano e straordinario dono della vita della nostra Chiesa diocesana e della nostra fraternità sacerdotale. Grazie.