Omelia nella celebrazione di inizio del nuovo anno pastorale

Cari Sorelle e Fratelli,
innanzitutto grazie per aver voluto con tanta generosità accogliere il mio invito a partecipare al pellegrinaggio diocesano.
Il pellegrinaggio è in sé una metafora della nostra fede cristiana: uscire e camminare sono due verbi cari e ricorrenti del nostro amato papa Francesco a cui va il nostro saluto e la nostra preghiera. Salutiamo il nostro vicario generale, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, tutti voi fedeli laici, i frati cappuccini francescani che ci accolgono e particolarmente l’Arcivescovo che ci accoglie, Mons. Michele Castoro.
Siamo qui infatti a prendere vigore ed entusiasmo, ad essere fecondati, a ricevere misericordia e riposo dalla Madre della Divina Grazia, colei che ci dona Gesù, il Signore, mentre viviamo l’esaltazione della croce e rimaniamo affascinati, se non trascinati, dalla testimonianza altissima di San Pio.
La festa odierna fa antica memoria del ritrovamento (nel 326) da parte di Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, nelle mura di Gerusalemme della croce del Signore. Anche io voglio pensare che siamo venuti fin qui in pellegrinaggio dalla Madre della Divina Grazia a ritrovare la croce, a riappropriarci della croce, a ricominciare dalla croce. Siamo venuti per incontrare il cuore vivo della misericordia di Dio. La croce per noi non è certo una reliquia, è l’istantanea che ci lascia contemplare insieme quel duello vinto dalla vita contro la morte.La croce ed il crocifisso che sono la nostra salvezza.IL crocifisso a cui San Pio è stato associato per mezzo delle sacre stimmate della passione L’incontro fra la nostra miseria, fra la finitezza della nostra esistenza e la misericordia sconfinata di Dio. Qui accade la vittoria sul nemico, sul menzognero, colui che vuol togliere Dio dalla vita, colui contro il quale ha lottato dure battaglie san Pio ed ha vinto. La contemplazione e l’adorazione della croce ci porta salvezza e da qui noi vogliamo ripartire in questo inizio dell’anno pastorale. Come ci dice il vangelo di oggi “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 14-15). Come gli israeliti nel deserto guardavano il serpente così noi guardiamo a Gesù crocifisso  e da lui riceviamo la vita. Il serpente di bronzo era il segno del vero antidoto contro la morte: Gesù, misericordia del Padre. Ripartiamo dall’essenziale, ripartiamo dalla misericordia come sempre ci ricorda papa Francesco. Il Signore non si stanca mai di perdonarci. Siamo venuti qui per imparare da San Pio il vero punto di partenza della nostra vita e di tutta la pastorale: la croce e la misericordia del Signore. Siamo la Chiesa di Taranto in cammino per accogliere e per comunicare la Misericordia di Dio.
Come dice San Paolo ai Filippesi: “ Gesù Cristo svuotò se stesso assumendo la condizione di servo … umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2, 7-8). Ed i Padre lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome perché “ogni lingua proclami “Gesù Cristo è il Signore”. Adoriamo la croce gloriosa, l’albero della nostra vita. E ricominciamo dallo sguardo a Cristo che ci ama e ci precede.
Amiamo la croce come il cammino alla vita e partiamo proprio dal segno benedicente che noi cristiani tracciamo sul nostro corpo.
Voi sapete, amici carissimi, quanto io tenga alla verità e alla concretezza dei segni nella liturgia (ad esempio l’abbondanza dell’acqua, del vino, del santo crisma, dell’incenso…) per questo vorrei anche proporvi la bellezza, l’ordine e la nobiltà del segno della croce, il segno più bello che dobbiamo insegnare per bene ai nostri bimbi. Lo faccio attraverso una pagina di Romano Guardini:
«Quando fai il segno della croce, fallo bene. Non così affrettato, rattrappito, tale che nessuno capisce cosa debba significare. No, un segno della croce giusto, cioè lento, ampio, dalla fronte al petto, da una spalla all’altra.
Senti come esso ti abbraccia tutto? Raccogliti dunque bene; raccogli in questo segno tutti i pensieri e tutto l’animo tuo, mentre esso si dispiega dalla fronte al petto, da una spalla all’altra. Allora tu lo senti: ti avvolge tutto, ti consacra, ti santifica. Perché? Perché è il segno della totalità ed il segno della redenzione che abbraccia tutto il tuo essere, corpo e anima, pensieri e volontà, senso e sentimento,agire e patire, tutto viene irrobustito, segnato, consacrato nella forza del Cristo, nel nome del Dio uno e Trino».
 
Cari Sorelle e Fratelli,
inutile dire che avere come segno distintivo la croce, vuol dire ricercare quotidianamente la conversione, riorientarsi a Gesù Cristo. Non c’è ambito che non debba essere sottoposto alla conversione. Certamente una delle parole chiave del ministero di Papa Francesco è “conversione pastorale” che lui riprende dalla Conferenza di Aparecida in Brasile.
Questo sarà l’obiettivo del nostro nuovo anno pastorale: cambiare il modo in cui cammina il popolo di Dio, renderlo sempre più evangelico come vuole il Papa e come ci indicano le assemblee parrocchiali che abbiamo fatto lo scorso anno e che sto riprendendo. Conversione Pastorale è: “tornare a vivere e testimoniare il kerygma”.\”Sottolineo – si legge infatti al n. 25 della EG – che ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e delle conseguenze importanti. Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una «semplice amministrazione». Costituiamoci in tutte le regioni della terra in un «stato permanente di missione» (EG 25).
All’inizio di questo nuovo anno associativo nella prospettiva della “conversione pastorale” mi sento di indicarvi tre punti per il nostro cammino: attrazione, carità e missione.
1. Attrazione. Il periodo che vive la Chiesa particolarmente oggi è quello della testimonianza del dono ricevuto della misericordia che siamo chiamati a rinnovare. Non è questo il periodo del proselitismo. Dobbiamo mostrare attraverso le nostre vite il volto del pastore bello, del Signore Gesù. La nostra vita attrae, suscita interesse? Le nostre parrocchie e i nostri gruppi suscitano interesse? E quando parlo di attrazione non intendo che dobbiamo fare lo show e lo spettacolo. La nostra proposta risponde ai bisogni più veri delle persone Dobbiamo permettere a Cristo innalzato sulle nostre povere esistenze di attrarci a sé. Il fascino è suscitato dal dono dello Spirito e il carisma è testimoniato anche dal bambino che ha il gusto della preghiera e che è contento di ricevere Gesù nella prima comunione.Dalla vecchietta che viene dal vescovo, dà un’offerta “l’obolo della vedova” e dice: “ eccellenza, figlio mio, dì una messaper la SS. Trinità, a gloria della SS. Trinità”. C’è chi si ricorda di lodare la SS. Trinità! C’è un fascino,una bellezza che il Signore ci comunica con il suo amore quando leggiamo la parola di Dio, quando ci accostiamo ai sacramenti, quando siamo vicini ai poveri, quando preghiamo. Tutto questo è l’origine di ogni azione pastorale. Quando una signora è venuta in episcopio, a casa mia ed ha chiesto solo di pregare per sua figlia che quel giorno doveva sposarsi ed invece era in coma per causa di un incidente stradale. Comunichiamo il fascino dell’amore di Dio, di appartenere a Lui, di essere stati salvati da Lui; la gioia di poterlo amare perché siamo amati da Lui!
2. Carità. Ci dice il Papa: \”occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri\” (EG 48). Ed ancora: \”dal cuore del Vangelo riconosciamo l intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana, che deve necessariamente esprimersi e svilupparsi in tutta l azione evangelizzatrice. L accettazione del primo annuncio, che invita a lasciarsi amare da Dio e ad amarlo con l amore che Egli stesso ci comunica, provoca nella vita della persona e nelle sue azioni una prima e fondamentale reazione: desiderare, cercare e avere a cuore il bene degli altri\” (n. 178). \”Di conseguenza, nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini. Chi oserebbe rinchiudere in un tempio e far tacere il messaggio di san Francesco di Assisi e della beata Teresa di Calcutta?\” (n. 183).E afferma “Per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci” (198).
Dove la testimonianza quindi diviene più autentica? Nell’azione caritativa della chiesa, quando per carità si intende la complicata attuazione della giustizia sociale. Non c’è carità, insomma, senza la giustizia.
Attraversiamo tempi duri per le sorti economiche del nostro Paese. Quindi siamo sollecitati alla solidarietà. Viviamo l’emergenza dell’accoglienza dei migranti e vi ringrazio per la testimonianza e l’impegno profuso. Sono rimasto ammirato e orgoglioso, di come la nostra chiesa ha risposto con generosità. Al contempo non possiamo esimerci, in queste frontiere, di indicare la misura alta del messaggio cristiano, che proclama la dignità della persona. Per questo la chiesa tarantina non può tacere di fronte ai gravi problemi sociali che dilaniano la città. Primo fra tutti, con passi di avanzamento lentissimi e alle volte impercettibili, il conflitto fra salute, ambiente e lavoro. Il caso Ilva per intenderci, ma non solo.
Non dobbiamo perdere di vista la realizzazione del centro notturno per i senza fissa dimora. Sin ora abbiamo raggiunto circa 100 mila euro a cui ho aggiunto altri 50 mila della carità del Vescovo.Ho presentato alla CEI un progetto che inserisce nella città vecchia di Taranto il Centro notturno di accoglienza, insieme con tutti i servizi della Caritas. Come ho presentato al Minstero dei Beni Culturali il progetto di recupero della Chiesa della Madonna della Salute, sempre nel borgo antico, che è un tempio storico della fede dei tarantini. Dobbiamo continuare ad incrementare le mense ed essere un segno di speranza per le persone in difficoltà. Al contempo dobbiamo batterci perché abbiamo il dovere di difendere la vita, la salute, l’ambiente, il mare e l’aria dai cattivi odori, insieme al lavoro e allo sviluppo sociale.
3. Missione.Papa Francesco dice: “L’obiettivo di questi processi partecipativi non sarà principalmente l’organizzazione ecclesiale, bensì il sogno missionario di arrivare a tutti” (EG 31). Come vedete questi tre ambiti, attrazione, carità e missione, sono fortemente connessi fra loro e ruotano intorno al perno della Misericordia di Dio di questo dono che una volta ricevuto non possiamo tenere per noi, ma dobbiamo diffonderlo. È tempo di assumere in ogni momento della vita di fede delle nostre comunità lo stile ecclesiale dell’annuncio e della testimonianza di fede, stile di vita da vivere sia come singoli che come comunità.
Ci raggiungono immagini terribili per i fratelli cristiani perseguitati in Medio Oriente, come anche qua e là nel mondo, ultime le tre suore trucidate in Africa, sappiamo di fratelli e di sorelle uccisi a causa della fede. Ricordiamo le tre suore assassinate nel Burundi: suor Olga Raschietti, suor Lucia Pulici, suor Bernadetta Boggian. Mentre preghiamo per loro e ci adoperiamo con i mezzi che possiamo perché questi orrori non avvengono, penso al fatto che da sempre il sangue dei martiri è il seme dei cristiani. Fin quando ci saranno i martiri, la Chiesa continuerà a crescere. Come dobbiamo imparare dalla testimonianza dei martiri! Ci aiutino a vincere un cristianesimo talvolta tiepido, comodo, sedentario. Per dirla ancora con Papa Francesco, un cristiano fermo è inconcepibile, dobbiamo uscire! La chiesa tutta deve testimoniare la gioia della comunione. Una comunione che evidentemente è mancata alla catena angosciante di persone che in questi ultimi mesi si sono tolti la vita nella nostra città. E preghiamo anche perché i nostri due marò possano tornare stabilmente in terra di Puglia.
Invito tutti, tutti ancora una volta, all’apertura e all’attenzione all’altro. Spesso, anche sullo stesso pianerottolo di casa, quando non proprio sotto lo stesso tetto a pochi metri da noi, si aprono scenari di dolore e di confusione: l’affetto, la generosità, l’ascolto sono farmaci indispensabili per chi avverte il male di vivere. In una terra particolarmente cristiana non possiamo rimanere indifferenti.
Preghiamo anche, in questo pellegrinaggio, per i morti a causa dell’inquinamento e del lavoro.
Care sorelle e fratelli, incamminiamoci in questo nuovo anno circondati dalla testimonianza dei santi del nostro tempo.
Padre Pio ha trasformato questo angolo brullo ed impervio del Gargano in un faro mondiale di speranza, di spiritualità, di fede e di scienza. Non è andato a cercarsi posti ideali di evangelizzazione e di ministero, ha invece radicato la sua paternità sacerdotale, il suo francescanesimo e le sue stimmate su queste colline, dando frutti abbondanti e meravigliosi per una schiera sterminata di figli. Ha lottato contro l’inferno sgranando incessantemente la sua corona del rosario, vivendo di Eucarestia e consumandosi nel confessionale. La sua testimonianza rimane un grande punto interrogativo per i non credenti, per farli avvicinare alla soglia del mistero, mentre per noi credenti rimane un monito, perché no, un monito severo e autentico, a prendere sul serio la nostra vocazione alla santità, confidando nella misericordia di Dio, ma senza mai anteporre nulla alle cose del cielo, che il santo cappuccino non ha avuto mai timore di indicare come cose certe, vere, e le uniche meritevoli di essere perseguite.
Ricorrerà anche il venticinquesimo anniversario della visita di San Giovanni Paolo II nella nostra arcidiocesi. So che in tanti di voiè ancora viva la memoria del passaggio, di questo profeta di pace del nuovo millennio. Faremo tesoro di questa traccia. Spero rimaniate stupiti, come lo sono rimasto io, della grande attualità e profezia dei discorsi che il Santo Padre ha tenuto nella nostra terra. Egli ha parlato ad esempio della salvaguardia dell’ambiente e del ruolo della grande industria in tempi lontanissimi dalla presa di coscienza dei nostri gravi e annosi problemi.  I santi hanno la capacità di indicare la via, la direzione e di farsi operatori attivi del cambiamento.La via della nostra santificazione non è differente da questa.
Sempre ispirato dal santo cappuccino prendo spunto per augurare un fecondo anno ai nostri amati sacerdoti, perché siano in mezzo al popolo, ministri di speranza e di perdono, perché vivano l’entusiasmo del ministero e rendano missionarie tutte le strutture delle parrocchie. Mi riferisco ad una considerazione di papa Paolo VI  su San Pio: “Guardate che fama ha avuto. Che clientela mondiale ha radunato intorno a sé. Ma perché? Forseperché era un filosofo, perché era un sapiente, perché aveva mezzi a disposizione? Perché diceva la messa umilmente e confessava dal mattino alla sera!”».
Vi auguro un anno pastorale bello ed entusiasmante che possa dare sempre di più lucentezza e fascino cristiano, alla nostra chiesa di Taranto.
Il Signore, per intercessione della Madonna delle Grazie, di San Pio, dei Patroni tarantini, possa guidare i nostri passi, e voi pregate per me, perché il vostro vescovo vi confermi nella fede, sempre con la gioia del Signore.
Buon anno pastorale a tutti, sia lodato Gesù Cristo!